La ricetta marchigiana per tenere vivo il sogno americano

La storia di Elena e Riccardo che lasciano due brillanti carriere in Italia per realizzare un sogno: aprire il primo ristorante marchigiano a New York. Così nasce Cremini's. Ma meno di un anno dopo arriva il Covid e...

Elena Salati e Riccardo Massetti, imprenditori a New York in tempo di Covid

Elena Salati e Riccardo Massetti, imprenditori a New York in tempo di Covid

globalist 15 aprile 2021

di Tiziana Marcuccio

 

Brooklyn, un braccio di mare la separa da Manhattan, due parti della stessa città, ma profondamente diverse. A Brooklyn i ritmi sono più lenti, le case più basse, la gente generalmente più amichevole. Ci si sente un po’come nei quartieri delle nostre periferie, dove fra vicini ci si conosce, dove si va a bere il caffè o a fare l’aperitivo al solito posto che è anche un po’ casa. Questa sensazione difficilmente la si vive a Manhattan dove non ti senti mai veramente a casa, dove le facce cambiano continuamente e nei locali il personale si alterna di continuo.

Ovviamente parlo di una situazione che oltre un anno a questa parte nessuno o quasi vive più ma che è quella che comunque si ha ancora entrando al 521 di Court Street, fra Carroll Gardens e Red Hook a nord-ovest di Brooklyn dove Riccardo e Elena, seguendo tutti i rigorosi protocolli richiesti dalla situazione, ti accolgono nel loro angolo d’Italia. 

Court Street è una strada piena di ristoranti di cui molti italiani. Nonostante la saturazione del mercato della ristorazione, tantissimi sono stati negli ultimi anni gli Italiani arrivati qui con il loro sogno, far conoscere e appezzare agli americani la loro visione dell’Italia. 
Un mercato affollato e competitivo, dove lo spazio per chi riusciva a creare un format vincente e unico c’era e sicuramente ci sarà ancora.  La ristorazione, è stato uno dei settori maggiormente colpiti dal Covid19, a New York come ovunque, alcuni hanno abbassato la saracinesca per non tirarla più su. Ma molti sono riusciti a resistere, fra mille difficoltà e trovando soluzioni creative per continuare a servire i loro clienti e a mantenere visibile il brand, creato con tanti sforzi e sacrifici.

E’ il caso di Riccardo Massetti e Elena Salati, marchigiano lui e piemontese lei, che appena un anno scarso prima della pandemia, hanno deciso di fare il grande salto, lasciando una carriera nel marketing lui e di architetto lei, per aprire Cremini’s il primo ristorante marchigiano a New York.

La vera passione di Elena, oltre all’architettura è la cucina e per capire che è una passione e non solo un lavoro basta assaggiare uno qualsiasi dei piatti proposti, ideati, e realizzati personalmente dopo una selezione accurata degli ingredienti. Le sue olive ascolane, uniche a New York, sono ormai diventate famose a Brooklyn, e io colgo l’occasione per gustarle mentre mi raccontano come hanno tenuto vivo il loro progetto e la loro visione per il futuro.


Riccardo, New York, si sa, è una dura palestra e se ce la fai qui poi ce la fai ovunque (lo diceva anche Frank Sinatra). Perché avete scelto di aprire proprio a New York e non in un'altra capitale USA? E che cosa vi ha insegnato/sta insegnando questa "palestra di vita"?

«New York è stata la prima scelta, conoscevamo un po’ la città per lavoro e sappiamo che qui si concentra la più alta densità di diversità culturale. Volevamo creare un punto d’incontro per le persone del quartiere, un posto dove tornare e ritornare, allacciare dei rapporti che vanno al di là del Proprietario/Cliente. Per fare questo abbiamo individuato alcune zone e abbiamo strutturato uno studio di fattibilità partendo da una ricerca demografica che poi ci ha portato a Carroll Gardens. Ci sta insegnando che qui nulla è scontato e che ti devi impegnare al massimo per ottenere quello che vuoi!».


Avete più clienti americani o italiani?

«Un bel mix, tanti americani, tanti italiani calcolando che il Covid ha limitato gli spostamenti e chiaramente anche il turismo. Molti europei e soprattutto persone del posto.»
Avviare un’attività in Italia richiede una trafila burocratica che spesso scoraggia l’imprenditorialità. Com’è stata l’esperienza negli Stati Uniti?

«Gli Stati Uniti hanno un approccio alla burocrazia molto più snello e ci siamo trovati molto bene, ad esempio per costituire la nostra Corporation, per aprire un conto corrente o per ottenere la licenza per somministrare il cibo. Ovviamente l’asticella di ingresso è molto alta e per ottenere il visto bisogna dimostrare di aver investito del denaro nell’attività».


A meno di un anno dall’apertura in una fase già complessa di startup vi siete ritrovati a far fronte alla pandemia. In Italia si è assistito e si continua ad assistere ad un avvicendarsi di chiusure e aperture, giustificate ovviamente da esigenze sanitarie ma che hanno creato gravissimi problemi al settore della ristorazione e non solo. Come è stato a vostro parere l’approccio della città di New York verso il business? Vi siete sentiti supportati? Avete avuto aiuti finanziari?

«Purtroppo, non abbiamo avuto aiuti governativi perché non avevamo i parametri, siamo troppo giovani per avere uno storico fiscale, ad esempio, ma lo stato di New York ha fatto un gran lavoro per minimizzare le chiusure e cancellare dei taboo che c’erano in città come l’uso degli spazi antistanti ai locali, l’uso dei marciapiedi in stile europeo e soprattutto permettere la vendita/consumo di alcolici all’esterno. Tutto concertato con uno spasimante controllo dei contagi».

La pandemia ha richiesto molta flessibilità, creatività, resilienza. Come siete riusciti a trovare la motivazione per continuare? Cosa avete fatto per continuare a tenere visibile il vostro nome, mantenere la clientela e attirarne di nuova?

«Innanzitutto siamo rimasti aperti nel momento peggiore supportando la comunità e l’Ospedale di Park Slope con alcuni pasti. Abbiamo implementato il delivery beneficiando di una situazione marketing idilliaca dove in molti avevano chiuso lasciando il mercato ai pochi aperti. Molte persone, quindi, hanno avuto la possibilità di assaggiare le nostre specialità. Abbiamo implementato il menu e allungato gli orari di apertura intercettando le persone che lavoravano da casa, ci siamo anche inventati i cocktail da asporto in pratici sacchetti sigillati».

Una nota di speranza, la somministrazione dei vaccini qui corre veloce, i cinema sono riaperti, i teatri apriranno a breve. Quali sono i vostri progetti/sogni futuri? 

«Tanti. Alcuni sono ancora da studiare ma vogliamo crescere non perdendo la qualità che ci contraddistingue. È una sfida più grande di quello che sembra e sarà molto impegnativo».

Si dice che ogni momento di crisi nasconde delle opportunità. Riccardo, nel vostro settore, New York, in questo momento può offrire ancora opportunità a chi ha “il sogno americano nel cassetto?”

«Oggi più che mai. Il clima è quello di un post guerra. Ci sono grandi opportunità nell'immobiliare e c'è molto fermento, entusiasmo. Un'efficiente vaccinazione e l'economia americana come sempre estremamente veloce, saranno i volani dei prossimi anni. Ma come al solito bisogna agire per tempo».